Attenzione / Attention / Uwaga / Увага

E' USCITO IL MIO LIBRO "LA DEMOCRAZIA ARANCIONE. STORIA DELL'UCRAINA DALL'INDIPENDENZA ALLE PRESIDENZIALI 2010", LIBRIBIANCHI EDITORE. Parte dei proventi finanzia l'Associazione AnnaViva.

martedì 31 agosto 2010

INCONTRO MERKEL-JANUKOVYCH. BERLINO ATTENTA A GAS E LIBERTA' DI PAROLA. KYIV RASSICURA, MA AL 5 KANAL SONO SOTTRATTE LE FREQUENZE


Sicurezza energetica, restauro dei gasdotti di Kyiv, rapporti con Mosca e stato di democrazia e libertà di stampa in Ucraina. E un Bacio di Giuda. Ricco è stato l'incontro, svoltosi in lingua russa, tra il presidente ucraino, Viktor Janukovych, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Colloqui di assoluta importanza, durante i quali il Capo di Stato ucraino ha rassicurato l'Europa su diverse tematiche, mentre la guida del governo tedesco si è rivelata all'altezza del ruolo: pragmatica e, nel contempo, attenta alla tutela delle libertà fondamentali. Un atteggiamento che dovrebbe essere proprio di ogni leader occidentale.

Il primo punto del vertice, iniziato a seguito della colazione di lavoro offerta dalla cancelliera nella sua residenza berlinese, i rapporti con Mosca. Un tema importante per Frau Merkel, che ha evidenziato come l'Ucraina, in virtù della sua posizione geografica, sia un Paese su cui cade un'enorme responsabilità circa il mantenimento di vuoni rapporti tra l'Unione Europea e la Russia, fondamentali, sopratutto, in chiave energetica.

Positiva la risposta di Janukovych, che ha sottolineato come il nuovo posizionamento sullo scacchiere internazionale del Paese da lui rappresentato, basato sulla permanenza al di fiuori dei blocchi, sia in linea con la nuova strategia nell'area di UE e NATO, che hanno posto l'alleggerimento delle relazioni con il Cremlino tra i primi punti del programma di azione annuale. Inoltre, il Capo di Stato ha lodato l'operato del governo da lui instaurato all'indomani dell'insediamento presidenziale, in particolare per il raggiungimento della stabilità. La quale, stando alle sue parole, garantiranno un migliore approccio del Paese anche alle questioni internazionali.

In seguito, Viktor Janukovych ha sottolineato quanto Berlino sia importante per l'Ucraina sul piano commerciale. Per questa ragione, al fine di rafforzare la cooperazione in campo economico, ha proposto alla Germania di compartecipare, con propri capitali, alla ristrutturazione del sistema infrastrutturale energetico ucraino. Una partnership che, stando al Janukovych pensiero, sarebbe importante per la sicurezza energetica dell'Europa intera. Nella manutenzione dei gasdotti ucraini, lecito ricordare, a più riprese già è stata invitata Mosca, seriamente interessata a prendere parte all'operazione.

Positiva la risposta della Merkel, onorata dalla proposta. Ciò nonostante, la cancelliera non si è lasciata incantare dalle prospettive economiche, ed ha posto questioni fondamentali per il mantenimento di buoni rapporti e per lo sviluppo in chiave europea di Kyiv: la libertà di stampa e lo stato della democrazia ucraina. Difatti, per Frau Merkel l'alleanza euro-rublo per il restauro dei gasdotti ucraini non può essere scissa dalla questione dello sviluppo democratico dell'Ucraina, su cui Berlino ripone vivo interesse. A riguardo, il dialogo tra i due, secondo quanto spiegato dalla leader tedesca, è stato aperto e sincero. La Merkel ha dimostrato di essere un vero leader europeo. Attenta, accanto al business, allo stato delle libertà.

"Le relazioni con l'Ucraina - ha affermato - sono solide. Tuttavia, ho espresso il mio forte interessamento per lo stato della libertà di stampa e di parola nel Paese. Su di esso, tra Berlino e Kyiv il dialogo deve permanere costante, aperto e sincero. Come oggi".

In risposta, Janukovych ha rassicurato cancelliera e giornalisti, spiegando come, nel Paese, nessuno come lui realmente è interessato al progresso in senso democratico. Esempio di ciò, sempre secondo le parole del Capo di Stato ucraino, la modifica della legge elettorale per le votazioni locali del prossimo 31 ottobre, su cui l'Occidente aveva mosso obiezioni. Approvata, in contemporanea al summit di Berlino, in una sessione straordinaria della Rada.

Il testo originale, redatto dal capogruppo del Partija Rehioniv - la forza politica, egemone nel Paese, a cui appartengono presidente, premier e quasi tutti i membri del Consiglio dei Ministri - Oleksandr Jefremov, prevedeva la parteciapzione alla competizione elettorale dei soli partiti registrati da più di 365 giorni. De facto, essa escludeva non solo le forze politiche giovani, ma anche le unioni di diversi soggetti partitici: una decisione peanlizzante sopratutto le forze dell'Opposizione Democratica - Blocco Tymoshenko ed Alleanza Nazionale Nasha Ukrajina-Narodna Samooborona - che si sono sempre presentate agli elettori sotto forma di Blocco e alleanze. Nella giornata di lunedì, 30 agosto, il Parlamento ha modificato solamente la clausola temporale, permettendo ai soggetti giovani di correre alle comunali, ma lasciando alle opposizioni l'obbligo di correre, separatamente, come partiti.

264 i favorevoli. Unico soddisfatto, il Partija Rehioniv, che per voce del deputato Oleksandr Stojan ha evidenziato come gli emendamenti applicati permetteranno di misurarsi politicamente, anche a livello locale, a partiti di leader del calibro di Serhij Tihipko - vice premier con delega agli affari economici, terzo classificato, con il 13%, alle scorse presidenziali - ed Arsenij Jacenjuk - ex speaker della Rada, quarto classificato lo scorso febbraio con il 6% dei consensi. Critica l'Opposizione Democratica. Il premier del governo ombra, il deputato nazionale del Blocco Tymoshenko, Serhij Soboljev, ha evidenziato come il governo non intendesse modificare una legge elettorale redatta a proprio vantaggio, e che solo la pressione di fondazioni ed enti occidentali hanno spinto la maggioranza ad apportare modifiche di facciata. Le quali, tuttavia, lasciano una legge ancora incompleta sul profilo democratico.

Nettamente più scettica Nasha Ukrajina-Narodna Samooborona, che per voce di Jurij Karmazin ha definito le modifiche come un cambiamento di facciata di carettere tecnico e propagandistico, atto, da un lato, a contratare la caduta di consensi del Partija Rehioniv - passato, in pochi mesi, dal 41% al 25%. Dall'altro, a presentare agli occhi della Merkel un esecutivo fintamente attento al pluralismo partitico. Malumori anche dall'interno della maggioranza: il Blocco Lytvyn - al governo con Partija Rehioniv e comunisti - per voce di Oleh Zarubins'kyj ha criticato la modifica temporale, denunciando la scarsa considerazione degli alleati nei confronti di una forza politica a loro fedele come la Narodna Partija, il soggetto principale del gruppo parlamentare da lui rappresentato.

Accanto alla decisione del parlamento - che, tutto sommato, migliora, seppur di poco, una legge elettorale ingiusta - quella della magistratura, che ha inferto un duro colpo alla libertà di informazione nel Paese. Sempre lunedì, 30 agosto, il Tribunale Amministrativo di Kyiv - una sorta di TAR del Lazio italiano - ha confermato la confisca delle frequenze ai danni di due canali televisivi indipendenti: TVI e 5 Kanal. Quest ultimo, noto per il fondamentale ruolo esercitato a sostegno della rivoluzione arancione. Lo scorso 8 giugno, il Tribunale Ordinario della Capitale aveva confiscato tali diritti di trasmissione, riassegnandoli al canale Inter, di proprietà dell'oligarca Valerij Khoroshovs'kyj: uno dei principali sponsor del Partija Rehioniv, nominato da Janukovych a capo dei servizi segreti ucraini.

I due canali indipendenti non si sono mai arresi. Ed ora, stando alle parole del direttore di TVI, Mykola Knjazhyc'kyj, la battaglia continuerà in cassazione. Sicuro suo alleato, e del 5 Kanal, oltre a tutti i giornalisti liberi, il principale partito dell'Opposizione Democratica, Bat'kivshchyna. La cui leader, l'ex premier, Julija Tymoshenko, ha definito la decisione del Tribunale Amministrativo di Kyiv come uno scandaloso attacco alla libertà di parola del Paese. In particolare, la Lady di Ferro ucraina ha evidenziato come TVI e 5 Kanal fossero tra le poche fonti di corretta ed equilibrata informazione, ed ha evidenziato come la sentenza sia stata emessa mentre Janukovych presentava all'Europa un'Ucraina libera e democratica. Nei fatti, mentendo.

Viva preoccupazione per la condizione dei giornalisti in Ucraina è stata espressa anche da un gruppo di studenti, che ha organizzato una manifestazione nei pressi dell'hotel Aplon, sede della conferenza stampa. Tra la cinquantina di partecipanti, pacificamente armati di cartelli in tedesco, anche il poeta Serhij Zhadan e la cantante Irena Karpa. I dimostranti hanno ripreso le tematiche di una lettera inviata alla Merkel da Réportères Sans Frontières, lo scorso 27 agosto. In essa, l'organizzazione internazionale, che si batte per la libertà di informazione nel Mondo, ha richiesto espressamente alla cancelliera di affrontare l'argomento con Janukovych.

Sopratutto, a seguito del comportamento delle autorità ucraine nei confronti di Nino Lange - Direttore della sede di Kyiv della Fondazione Konrad Adenauer, arrestato, senza alcun motivo, per 10 ore dalla polizia di frontiera all'aeroporto di Borispil', la scorsa primavera - e, successivamente, del caso del direttore del settimanale "Novyj Styl'", Vasyl' Klyment'jev, misteriosamente scomparso, nei pressi di Kharkiv, da oramai diverse settimane.

Positiva la risposta di Frau Merkel, che ha sollevato la questione sia durante i colloqui privati, che in conferenza stampa, al cospetto dei giornalisti. Anche Janukovych ha rassicurato i dimostranti, promettendo massimo impegno per tutelare la libertà di stampa, e per fare chiarezza sulla sparizione del redattore Kharkiviano.

A termine dell'incontro, Janukovych - che ha scambiato il nostro Paese con l'Irlanda, definendo Romano Prodi come l'ex leader dell'isola britannica - ha ricevuto "Il Bacio di Giuda": dipinto del Caravaggio, trafugato, lo scorso 25 giugno, dal Museo di arte occidentale ed orientale di Odessa da un'organizzazione criminale internazionale. Riparata in Germania, ma, prontamente, scovata da un'azione congiunta tra le polizie di Kyiv e Berlino.

Matteo Cazzulani

domenica 29 agosto 2010

AUGURI, ANNA. MILANO NON DIMENTICA


58 candeline. Forse, le avrebbe spente di fretta, ansiosa di mettersi a scrivere, anche oggi. L'ultima testimonianza bollente dal Caucaso, oppure l'ennesima udienza di uno di quei processi che seguiva assiduamente. Sarebbe stato lunedì anche per lei. Giorno di lavoro, il primo della settimana.

Probabilmente, giunta sul posto di lavoro, avrebbe accolto con un sorriso fugace gli auguri dei suoi collaboratori, che, al pari di molti altri nel Paese, ed in occidente, la stimano per quel suo carisma, e per quella capacità nei suoi pezzi di rendere chiare realtà oscure e di raccontare notizie sottaciute. Avrebbe aperto la sua casella di posta elettronica, oggi assaltata dagli auguri. Li avrebbe archiviati, per rispondervi con calma in un secondo momento. Ora, c'è da mettersi al lavoro. Sulla scrivania, accanto al mazzo di fiori regalatole dai colleghi, già i primi lanci di agenzia.

Nulla di tutto questo. Nessuna torta, candeline da spegnere, né udienze a cui recarsi. Nessuna fretta. solo il silenzio dei colleghi, come ogni anno radunati al cimitero di Troekurov, alla periferia di Mosca. Sulla scrivania, fiori e fogli appena stampati sono rimpiazzati da una sua foto. Il suo computer lo hanno sequestrato per le indagini. Alcuni degli strumenti del suo lavoro quotidiano sono ora nella teca, all'ingresso della redazione. Assieme a quelli di altri che, prima e dopo di lei, hanno perso la vita mentre svolgevano il suo medesimo mestiere.

Oggi, 30 settembre 2010, per Anna Politkovskaja sarebbe stato un giorno speciale, quello del suo compleanno. Purtroppo, il condizionale è d'obbligo. Il 7 ottobre 2006 è stata assassinata, all'ingresso di casa sua. Tornava dalla spesa. Revolverate, secche, le hanno strappato la vita. Ma la Makarov - l'arma del delitto, lasciata accanto al suo corpo - non potrà cancellare la sua memoria, impressa nei suoi articoli, e nelle menti di chi la seguiva ed apprezzava. Forse, anche da chi, vigliaccamente, l'ha uccisa.

Anna lavorava alla Novaja Gazeta, giornale di opposizione. Nei suoi pezzi, spiegava alla nazione, ed al mondo intero, la verità sul Caucaso. Documentava le violazioni dei diritti umani da parte dell'esercito russo. Una missione di vita, che andava ben oltre l'orario di lavoro: non c'era udienza di un processo a carico di ufficiali rei di crimini in Cecenia, che poteva perdere.

Anna non era solo una giornalista esemplare. Era anche una donna coraggiosa. Teneva ai suoi figli, e, nel contempo, si batteva per una Russia democratica e giusta. Con determinazione.

Fosse ancora, fisicamente, con noi, probabilmente il pezzo quotidiano lo avrebbe redatto ricordando l'appuntamento per l'indomani, alla manifestazione per il diritto di associazione. Esso, seppur garantito dall'articolo 31 della Costituzione della Federazione Russa, è calpestato di continuo dalle autorità. Per questa ragione, il 31 di ogni mese, partiti, associazioni ed organizzazioni di diverso orientamento politico si riuniscono in un meeting silenzioso, pacifico e nonviolento. Una di quelle dimostrazioni che in Russia danno fastidio, e che, per questo, culminano con la canonica ondata di arresti e fermi di polizia.

Anche questo 31 di agosto il presidio avrà luogo. Ma gli amici dimostranti di Mosca non saranno soli. Da tempo, simili iniziative sono organizzate, in contemporanea, in altre città dell'Europa centro-orientale ed occidentale: Kyiv, Berlino, Varsavia, Londra. Da domani, anche a Milano. L'Associazione AnnaViva, attiva nella difesa della libertà di stampa e dei diritti umani nel mondo ex-sovietico, ha chiamato forze politiche, associazioni, organizzazioni e privati cittadini a riunirsi per solidarizzare con chi in Russia rivendica il rispetto di un proprio, sacrosanto diritto. L'appuntmento è fissato alle 19, nei pressi della Stazione Centrale. Ad esso, hanno già aderito le associazioni radicali milanesi.

Nata in suo ricordo, e secondo il suo esempio, AnnaViva commemorerà la Politkovskaja anche in occasione delsuo compleanno. Lo farà, lunedì 30 agosto, alle 21, presso la Libreria Popoloare di via Tadino, con la lettura di componimenti a lei dedicati post mortem, e di quelle poesie che amava.

Per non dimenticarci di Lei, e del suo coraggio. E, nel piccolo di una realtà meneghina, per continuare quella battaglia per la giustizia che animava la sua attività. Con passione, e determinazione. Qualità, purtroppo, al giorno d'oggi sempre più rare.

Matteo Cazzulani

venerdì 27 agosto 2010

SICUREZZA ENERGETICA: LA BIELORUSSIA GIOCA LA CARTA IRANO-VENEZUELANA. L'UCRAINA APRE ALL'AZERBAJDZHAN E RAFFORZA L'ASSE CON MOSCA


Minsk aumenta l'estrazione di nafta a Teheran e Caracas. Kyiv, sempre più dipendente da Mosca, propone una partnership a Baku, Bucarest e Sofia per il terminale voluto dal governo Tymoshenko.

Iran, Venezuela, Azerbajdzhan, Bulgaria e Romania. Ecco le pedine che Bielorussia ed Ucraina hanno coinvolto per diversificare le forniture di gas e nafta. Una vera e propria partita a scacchi, che negli ultimi mesi ha visto Minsk avvicinarsi alla Lituania, ed agli altri Paesi Baltici, con progetti concreti per limitare la dipendenza da Mosca. Di cui, tuttavia, Kyiv non intende fare a meno.

Nella giornata di giovedì, 26 agosto, l'ennesima mossa. Minsk aumenterà l'estrazione di nafta in Iran. Come riportato dall'agenzia di stampa "RosBisnesKonsaltig", il governo bielorusso ha inserito nel proprio piano di svuluppo del potenziale energetico lo sfruttamento del giacimento di Dzhufeir per i prossimi dieci anni. Portata dell'accordo, 9,3 milioni di tonnelate, che dall'Iran saranno costantemente importate in Bielorussia fino al 2020.

Altra pedina coinvolta da Minsk è il Venezuela. Tra i due Paesi è già attiva una compagnia comune, la Petrolera Belovenesolana. La quale, sempre secondo quando riportato dll'agenzia bielorussa, ha annunciato l'incremento dell'estrazione di nafta nel sito Junin-1per i prossimi dieci anni. Stando ai piani, dalle 1,7 milioni di tonnellate odierne si passerà a 2,9 nel 2013 e, nel 2020, alla quota finale di 7,5 milioni. Parte di essa è riservata alla Bielorussia, che, già lo scorso giugno, con Caracas ha stretto un accordo per l'acquisto di benzina a buon mercato, successivamente trasportata via mare fino al porto di Odessa, ed importata attraverso il territorio ucraino.

Proprio l'Ucraina, e le sorti energetiche del porto di fondazione genovese, sono state al centro dei lavori della Commissione per lo sviluppo economico, che, sempre giovedi 26 agosto, ha fissato per la fine dell'anno il termine dei lavori alla costruzione di un terminale per l'importazione di gas naturale liquefatto di provenienza azera. Un'infrastruttura necessaria per l'indipendenza energetica ucraina, concepita, già nel luglio del 2009, dal governo Tymoshenko. La sua realizzazione, tuttavia, è stata bruscamente interrotta lo scorso autunno, a causa della forte crisi economica, che in Ucraina ha colpito davvero duro.

Il terminale potrà recepire da un minimo di cinque ad un massimo di dieci metri cubi annui di oro blu. Costo totale, 1 miliardo di dollari. Che, come spiegato dal ministro dell'energia, Jurij Bojko, Kyiv cercherà di suddividere, coinvolgendo lo stesso Azerbajdzhan, e proponendo una partnership a Bulgaria e Romania, già impegnate nella realizzazione di un simile terminale a Kulevi, in Georgia.

"Da tempo - ha spiegato Bojko dagli schermi del canale "Inter" - stiamo conducendo trattative con i nostri soci azeri. Il loro giacimento di Shakh-Deniz-2 è già sfruttato dalla Georgia, dove Romania e Bulgaria stanno realizzando un terminale per la trasformazione del gas. Da li, potremmo importare l'oro blu via mare, fino ad Odessa, una volta terminata la nostra infrastruttura. Per terminarne la costruzione, stiamo cercando di coinvolgere anche Baku, Bucarest e Sofia".

Nonostante le parole di Bojko, l'Ucraina non intende rinunciare alla partnership energetica con la Russia, rafforzata negli ultimi mesi dalla vittoria alle elezioni presidenziali di Viktor Janukovych, e dall'attività del governo Azarov, da lui instaurato all'indomani dell'insediamento. Ad oggi, Kyiv importa oro blu a prezzi svantaggiosi, nonostante, lo scorso maggio, abbia ottenuto uno sconto di 100 dollari per mille metri cubi. Per questa ragione, il primo ministro, Mykola Azarov, ha dichiarato che nei prossimi giorni chiederà a Mosca di riconsiderare il tariffario, anche in virtù dei ritrovati buoni rapporti.

"Le tariffe - ha sottolineato a Radio Liberty - sono sconvenienti. Il governo ha l'obiettivo di rivederle. Convinceremo i nostri partner russi che la loro riformulazione è necessaria per ambo le parti".

Mosca si è detta pronta a rivedere l'accordo in questione e, come riportato dal quotidiano Kommersant'', disposta ad un ulteriore ribasso del 30%. Tuttavia, in molti si chiedono a quale prezzo Kyiv otterrà l'ennesimo sconto sull'oro blu di Gazprom - il monopolista russo del gas. Già lo scorso 21 maggio, con quelli che sono passati alla storia come accordi di Kharkiv, il presidente Janukovych ha rinnovato le forniture a prezzo calmierato, in cambio dell'ingresso di investimenti da Mosca in territorio ucraino - per un totale di 40 miliardi di dollari - e del prolungamento della permanenza dei soldati russi della Flotta del Mar Nero, nel porto militare di Sebastopoli, fino al 2042. Una mossa onerosa, e sterile, dal momento in cui essa non ha evitato il rincaro delle bollette per la popolazione, innalzate dal governo del 50% dallo scorso primo di agosto. Ufficialmente, per pareggiare il bilancio, ed ottenere la fiducia del Fondo Monetario Internazionale per l'erogazione del prestito di 15,15 miliardi di dollari.

Come ipotizzato, sempre sulle colonne del Kommersant'', dal Deputato del Blocco Tymoshenko - la principale forza di opposizione - Oleksandr Hudyma, in cambio dell'ennesimo ribasso, l'Ucraina accellererà la fusione tra Gazprom e Naftohaz in un unico supermonopolista: caldo consiglio che il primo ministro russo, Vladimir Putin, diede ad Azarov già la scorsa primavera, nel corso di un vertice a Sochi. A più riprese, esponenti del principale gruppo di opposizione alla Rada hanno evidenziato come la proposta di Putin sia una mossa per sottomettere l'Ucraina anche dal punto di vista energetico, dal momento in cui, secondo fondate indiscrezioni, del supermonopolista che si creerà, a Kyiv sarà lasciato solo il 6% delle azioni.

Secondo il Direttore Generale del Fondo per la Sicurezza Nazionale Energetica russa, Kostjantyn Symonov, la merce di scambio per il ribasso delle tariffe di importazione sarebbe la cessione del possesso del sistema infrastrutturale energetico ucraino, a prescindere dalla creazione del supermonopolista. Come spiegato all'agenzia UNIAN, nel gennaio 2009, Mosca è stata abile a negoziare clausole onerose per Kyiv, alla cui rinuncia è corrisposto il progressivo ottenimento di concessioni vantaggiose per la Russia in ambito economico, militare e politico.

Difatti, solo negli ultimi mesi, il Cremlino dapprima ha eliminato la clausola "prendi o paga" - che obbligava l'Ucraina a pagare una determitata quantità di gas, a prescindere dal suo utilizzo o meno. Poi, la tassa di importazione - che ha ritoccato al ribasso del 30% il prezzo dell'oro blu per Kyiv. In cambio, Mosca ha ottenuto il mantenimento dell'Italia - uno dei Paesi che paga a Gazprom il prezzo più salato - come mercato di riferimento nelle trattative, l'ingresso di cospicui investimenti russi in Ucraina, la fusione delle principali industrie dei due Paesi nel settore nucleare, dell'energia idroelettrica e dell'aviazione, ed il mantenimento in territorio ucraino dei soldati della Flotta del Mar Nero.

"Quando si parla di tariffe per il gas - ha illustrato Symonov - bisogna considerare le sorti del sistema infrastrutturale energetico ucraino. Kyiv potrà ottenere un ulteriore sconto solo previa cessione del controllo dei suoi gasdotti a Mosca. A prescindere dalla fusione tra Gazprom e Naftohaz".

Entusiasticamente, Janukovych ha bollato il documento firmato nella capitale dell'Ucraina sovietica - oggi attivissimo centro universitario - come senza precedenti nella storia delle relazioni tra i due Paesi. Nonostante le proteste dell'Opposizione Democratica. La quale, più volte, ha sottolineato come la premanenza dei soldati russi in territorio ucraino sia lesivo per l'indipendenza politico-militare di Kyiv. E le obiezioni del premier Azarov. La cui decisione di innalzare il costo del gas per la popolazione sta obbligando gli ucraini a pagare salato fiumi di oro blu, indispensabili per affrontare la rigidità di un inverno quasi alle porte.

Matteo Cazzulani

giovedì 26 agosto 2010

MONUMENTO AI BOLSCEVICHI. PROTESTE IN POLONIA


FOTO POLSKA ZBROJNA Oppositori arrestano l'inaugurazione di un monumento in memoria delle vittime russe della guerra polacco-bolscevica, voluto da governo ed enti locali. I manifestanti: "rispettare la Polonia". Gli organizzatori: "il dialogo con Mosca va avanti".

Tra Polonia e Russia non c'è pace. Ogni tentativo di dialogo e cooperazione tra due popoli, divisi da secoli di odi, guerre e rivalità, sembra essere vano, inevitabilmente destinato al fallimento. Nemmeno dopo che la tragedia aerea di Smolensk - in cui, lo scorso 10 aprile, sono morti il Presidente, Lech Kaczynski, ed altre alte cariche dello Stato polacco - sembrava aver riavvicinato Mosca e Varsavia, in nome del condiviso cordoglio, e del comune impegno a far luce sulla vicenda intrapreso dai due premier, Vladimir Putin e Donald Tusk.

A provocare l'ennesima incomprensione, la decisione di inaugurare, nel cimitero di Ossow, un monumento alla memoria dei caduti russi nella Battaglia di Varsavia, cruciale capitolo - noto anche come "Miracolo sulla Vistola", immortalato nel celebre dipinto di Jerzy Kossak - della guerra russo-bolscevica del 1920, che vide contrapporsi i sovietici della settantanovesima brigata fucilieri ed i reggimenti trentatreesimo e trentaseiesimo della fanteria dell'esercito polacco, infine vincitore della contesa, e del conflitto.

L'iniziativa, promossa dal Consiglio per la Conservazione della Memoria della battaglia e dell'onore millitare, dal governo polacco, dalle autorità cittadine di Varsavia e da quelle locali di Ossow - tutte appartenenti al partito liberale "Piattaforma Civica", la forza politica del primo ministro, Donald Tusk, e del presidente, Bronislaw Komorowski - aveva già contemplato, lo scorso 15 agosto, la posa di una croce ortodossa in metallo: una prima fase, alla quale, il 23 agosto, avrebbe dovuto seguire l'inaugurazione ufficiale, con la presenza di rappresentanti dell'amabasciata russa.

Puntuali, militanti ed espopnenti di partiti di destra ed associazioni patriottiche polacche si sono presentati sul luogo all'ora prefissata, ed hanno presidiato l'area per impedire la cerimonia, definita come atto di vilipendio alla Polonia. Nulla da fare per gli organizzatori, che, con tanto di scuse alla delegazione russa, rientrata a Varsavia, hanno posticipato l'inaugurazione a data da destinarsi. Successivamente, con una nota congiunta, hanno dichiarato il proprio sdegno dinnanzi all'interruzione di un'occasione di dialogo, necessario, oggi quanto mai, per il miglioramento delle relazioni bilaterali tra Varsavia e Mosca.

Il Capo del Consiglio per la Conservazione della Memoria e del Coraggio Militare, Andrzej Kunert, ha sottolineato come l'omaggio ai caduti russi sia un atto moralmente pulito che non insulta affatto il popolo polacco. Più duro il sindaco di Zielonka, uno dei promotori dell'iniziativa, Piotr Wyszynski. "E' incomprensibile - ha dichiarato all'agenzia russa RIA NOVOSTI - gli stessi che pretendono, giustamente, commemorazioni dei caduti polacchi in ogni dove, sopratutto in Russia, Ucraina e Bielorussia, oggi hanno impedito una simile inizativa nei confronti dei russi. Ci vuole reciprocità - ha continuato - i nostri soldati non hanno combattuto contro animali, ma esseri umani".

Pronta la risposta dei manifestanti, che promettono impegno costante per evitare ulteriori prove di inaugurazione del monumento. Il leader del partito "Destra della Repubblica Polacca", Piotr Strzeborz, ha sottolineato l'inadeguatezza del carattere della commemorazione, dal momento in cui la posa del monumento è avvenuta il 15 di agosto, quando il Paese non solo ricorda la vittoria della battaglia di Varsavia, e con essa il sacrificio dei soldati polacchi, ma festeggia anche la Festa delle Forze Armate della Polonia. Un'occasione solenne, nella quale, proprio in questo anno, il neoeletto presidente, Bronislaw Komorowski, ha assunto la guida dell'esercito. Inoltre, ha aggiunto Strzeborz, il monumento ai russi è stato posizionato a poca distanza dal memoriale alle vittime della tragedia di Smolensk, creato nel cimitero all'indomani dell'incidente aereo.

"Sembra - ha dichiarato a Radio Liberty - che dalla tragedia di Smolensk buona parte degli esponenti della maggioranza si senta in debito con Mosca dinnanzi al cordoglio esternato dal primo ministro, Vladimir Putin. Ma non bisogna confondere la riconoscenza con l'asservimento. Quello di oggi [il 23 agosto, n.d.a.] è un gesto che rende sì omaggio ai russi, ma lo fa insultando la memoria polacca. La nostra è una posizione estremamente contraria. Non permetteremo il realizzarsi dell'inaugurazione".

Più ironico, ma altrettanto critico, un esponente del partito conservatore "Diritto e Giustizia", la principale forza di opposizione. Arkadiusz Muljarczyk ha evidenziato non solo l'inadeguatezza cronologica, ma anche stilistica dell'omaggio. Secondo il suo pensiero, una croce ortodossa mal rappresenta la reale natura dell'esercito russo che, appartenente alla neocostituita Unione Sovietica, combatteva sotto la bandiera rossa, la stella gialla, la falce ed il martello, e gli altri simboli del comunismo.

"Quel monumento - ha dichiarato, sempre a Radio Liberty - occorre cambiarlo. La croce non rende onore a soldati che la cristianità la combattevano, e che i fedeli li spedivano nei gulag. Il comunismo - ha aggiunto - in quanto a simbologia non è stato avaro. La gamma di scelta è ampia. Ci sia spiegato almeno il perché di questa scelta".

Gli organizzatori non intendono rivedere la scelta stilistica, e rendere giustizia storica ai caduti sovietici. Tuttavia, hanno promesso ulteriori tentativi di inaugurare il monumento, anche a costo di tenerlo segreto fino all'ultimo. Per rinnovare un dialogo, difficile, tra due popoli tradizionalemte avversari.

Matteo Cazzulani

martedì 24 agosto 2010

24 AGOSTO: L'UCRAINA FESTEGGIA 19 ANNI DI INDIPENDENZA


Discorsi, commemorazioni, preghiere, arte, musica, sport, e qualche fuoco d'artificio. Non senza qualche polemica, che ravviva il confronto politico anche nella giornata più importante dell'anno. L'Ucraina festeggia 19 anni di Indipendenza, in linea con le caratteristiche del suo popolo: orgoglio, solennità, spiritualità, passione, e divertimento.

Era il 24 agosto quando la stragrande maggioranza dei deputati della Rada ratificò l'esito del referendum con cui, il Primo dicembre 1991, il 92% degli ucraini disse sì all'Indipendenza del Paese, dopo anni di terribile, e difficile dominio sovietico. Nella medesima giornata, il parlamento decise, fin da subito, di lanciare un forte segnale di rottura con il passato, approvando decreti che departicizzarono i beni dello Stato, misero fuori legge il Partito Comunista e ne trasferirono le proprietà alla Rada, ergo - almeno sulla carta - al popolo ucraino, e, infine, sciolsero il KGB, rimpiazzandolo con il Servizio di Sicurezza Ucraino - Sluzhba Bezbeky Ukrajiny, SBU. Seguiranno, anche sulla spinta del riconoscimento dell'Indipendenza del neonato stato da parte di tutte le 64 nazioni del pianeta, la Dichiarazione dei Diritti della Nazionalità Ucraina, il Primo di novembre, e l'adozione di bandiera, inno e stemma. Piaccia o meno, da allora l'Ucraina è uno stato indipendente, orgoglioso delle propria cultura e, consapevole della propria storia, proiettato verso l'Europa.

Il centro dei festeggiamenti, ovviamente, la capitale, Kyiv. Ricco ed articolato il programma: Alle ore 9, presso la Lavra Pechers'ka, tradizionale Preghiera per l'Ucraina, tenuta dal Patriarca della chiesa ortodossa ucraina, Filarete. Mezz'ora più tardi, posa dei fiori ai piedi dei monumenti a Taras Shevchenko - il poeta nazionale ucraino - e Mykhajlo Hrushevs'kyj - primo presidente ucraino, a capo della Rada Nazionale tra il 1917 ed il 1918. Alle ore 10, le canoniche celebrazioni, con i discorsi delle autorità, sul Majdan Nezalezhnosti: la principale piazza della Capitale, nota al Mondo per essere stata il centro della Rivoluzione Arancione del 2004, con cui gli ucraini, con le armi della non violenza, si opposero all'autoritarismo politico e, guidati da Julija Tymoshenko e Viktor Jushchenko, rivendicarono un'Ucraina giusta, democratica ed europea. Nel medesimo lasso di tempo, altri due eventi. Al Parco della Cultura e del Riposo, festival di design aereo "Carnevale dell'aria", dedicato, per l'occasione, all'Indipendenza Ucraina. Presso il porto fluviale sul Dnipro, invece, la tradizionale regata cittadina. Dalle ore 12 alle 22, ancora sul Majdan, esibizione dei principali gruppi del Paese nel concerto "Per te, Patria Indipendente". Terminata la kermesse musicale, in contemporanea con altre otto città del Paese - Sebastopoli, Odessa, Kerch, Leopoli, Zhytomir, Dnipropetrovs'k, Rivne e Vinnycja - fuochi d'articificio, finale pirotecnico permesso, solo dopo lunghe e dure trattative, da un decreto ad hoc del ministro della difesa, Mykhajlo Jezhel, inizialmente contrario.

Puntuali, come sempre, anche le dichiarazioni di Autorità ed esponenti politici e spirituali, del presente e del passato. Nella giornata di lunedì, 23 agosto - Giornata della Bandiera Nazionale - il presidente, Viktor Janukovych, ha espresso i canonici auguri a tutti gli ucraini, rappresentati nella sala dell'Ukrajins'kyj Dim, da ministri,deputati nazionali, rappresentanti diplomatici, alte sfere religiose ed amministratori locali invitati per l'occasione. Privo di originalità anche il contenuto del discorso, con cui il Capo dello Stato ha ribadito il leit motiv della sua campagna presidenziale, secondo cui, prima dello sviluppo in senso democratico, il Paese necessita della stabilità economica.

"Auguriamo al nostro Paese un avvenire ricco - ha esclamato in ucraino, non senza una punta di accento russo - non solo vogliamo un'Ucraina rinnovata e democratica. Ma, prima ancora,una terra in cui le persone vivono con un tenore adeguato. Affinché il Mondo possa contare su di noi. Credo che l'Ucraina entrerà presto tra gli Stati pianeta maggiormente stabili, e democratici". All'appuntamento, presenti anche i giornalisti. Non tutti, però. Come riportato dall'Ukrajins'ka Pravda, la corrispondente del sito di informazione indipendente, fondato dal compianto Girija Gongadze - giornalista, di opposizione all'ex presidentissimo Leonid Kuchma, assassinato nel 2000 - è stata bloccata ad una manciata di metri dal luogo della conferenza, in quanto appartenente ad uno dei media non ufficialmente invitati.

Sulla medesima linea il discorso pronunciato sul Majdan nella mattinata del Giorno dell'Indipendenza, in cui Janukovych ha dichiarato di condurre il Paese verso la stabilità economica, criticando, come da tradizione, il governo e l'amministrazione presidenziale precedenti. "Negli ultimi 5 anni - ha esclamato il Capo di Stato - il Paese ha vissuto instabilità. L'Ucraina ha sospeso il suo sviluppo. La mia amministrazione è volta a costruire un Paese nuovo, economicamente forte e stabile".

Più concreta, invece, l'anima dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, che ha chiamato a raccolta tutti i cittadini che hanno nel cuore il proprio Paese in un meeting ai piedi del monumento a Taras Shevchenko, nel primo pomeriggio. Con una nota, pubblicata sul suo sito personale, la Lady di Ferro Ucraina ha evidenziato l'importanza della ricorrenza, in quanto, il 24 agosto di 19 anni or sono, gli ucraini hanno finalmente riottenuto il proprio Stato, tornando ad essere padroni della propria terra dopo un millenio di battaglie contro il dominatore, zarista prima, sovietico poi. Inoltre, l'ex primo ministro ha ribadito l'importanza di libertà di parola, diritti umani ed elezioni regolari: principi cardine della Costituzione ucraina, che rafforzano e garantiscono lo sviluppo del Paese in senso democratico ed europeo. E che occorre difendere, per superare al meglio le difficoltà del presente in campo politico ed economico.

"Dal giorno della nostra Indipendneza - ha comunicato la leader del principale partito di opposizione, Bat'kivshchyna - siamo diventati più consapevoli, sicuri e forti. Ricordiamo la nostra storia - ha continuato la Lady di Ferro Ucraina - e siamo consapevoli del fatto che oggi, dinnanzi a noi, si presentano difficoltà inaspettate ed indesiderate. Ma, credo fermamente, che insieme sconfiggeremo ogni intralcio al rafforzamento dell'Indipendenza della nostra Patria. Sono sicura, che vinceremo, insieme, e raggiungeremo la meta che abbiamo nel cuore: la costruzione di un Paese giusto e prospero, dove ogni cittadino si sente davvero libero e, padrone della propria vita, può migliorare il proprio futuro, sentendosi difeso e tutelato da una legge davvero uguale per tutti."

Improntato di ottimismo anche il pensiero del primo presidente dell'Ucraina Indipendente, Leonid Kravchuk, che, loscorso 21 agosto, in una conferenza stampa appossitamente convocata, ha assicurato che niente minaccia l'Indipendenza del Paese, status consolidato, ad oggi impossibile da cancellare. Anche Kravchuk ha sottolineato come vi siano problemi concreti che bisogna risolvere, sopratutto in campo politico ed economico, al pari del miglioramento delle relazioni internazionali con Paesi terzi, Russia in primis. Inoltre, ha denunciato il grado di crescente corruzione nel Paese, sopratutto negli ultimi mesi.

"Ci sono Paesi - ha dichiarato il Capo di Stato emerito - che riescono in maniera più incisiva dell'Ucraina a difendere la propria indipendenza, ed a tutelare i propri interessi nazionali. Come gli USA, ad esempio. Ma - ha continuato - occorre ammettere che oggi la situazione dell'Ucraina è nettamente migliore rispetto a quattro-cinque anni fa".

Documenti ufficiali anche da parte delle cancellerie estere. Scarno, sembrerebbe ironico, il commento inoltrato dal Segretario di Stato Americano, Hillary Clinton. La quale, dopo aver ricordato con enfasi la sua visita a Kyiv dello scorso luglio, ha lodato il cammino che il Paese sta intraprendendo per raggiungere un nuovo equilibrio democratico in nome di quei valori comuni con gli Stati Uniti d'America. In seguito, il capo della diplomazia USA ha espresso speranza per un futuro rafforzamento del piano di partnership strategica con Washington, incentrato su collaborazione economica, commerciale, energetica e comuni investimenti per rafforzare le strutture del Paese. "Gli Stati Uniti - ha dichiarato l'ex first lady - sono vicini a Kyiv nel raggiungimento di un nuovo equilibrio democratico. Washington non rinuncerà ai progetti di collaborazione già in essere tra i due Stati. Al contrario, li implementerà".

Con una nota congiunta, il presidente della Federazione Russa, Dmitrij Medvedev, ed il primo ministro, Vladimir Putin, hanno lodato la stabilità economica che Kyiv sta raggiungendo, definendola elemento-chiave per rinnovare relazioni di buon vicinato con Mosca, secondo quanto riportato dal Cremlino, di lunga tradizione. Inoltre, i due hanno ricordato come Mosca e Kyiv abbiano già intrapreso progetti di stretta collaborazione in diversi ambiti ell'economia, in primis, quello energetico. "Russia ed Ucraina - riporta la nota - sono unite da una tradizione pluriennale di amicizia e collaborazione. Siamo felici che Kyiv festeggi la sua festa nazionale in una situazione economica di rinnovata stabilità. La ritrovata partnership tra i due Paesi porterà benessere ai cittadini dei nostri Stati. Russi ed ucraini hanno comuni radici, storia e cultura".

Un'interpretazione storica, in chiave russa, che, purtroppo non rispecchia la realtà. L'Ucraina ha una propria lingua, cultura e storia. Purtroppo, puntualmente contrastate dalle dominazioni zarista prima e sovietica poi. Una guerra culturale continua, che i russi hanno già vinto agli occhi dei Paesi europei occidentali. I quali ieri hanno sistematicamente precluso ogni possibile integrazione di Kyiv nella NATO e nell'UE, ed oggi analizzano - si fa per dire - la situazione del Paese per mezo di corrispondenti da Mosca. Anche il giorno dell'Indipendenza.

Infine, doveroso sottolineare che quasi metà della popolazione non ritiene che l'Ucraina sia davvero indipendente. A sancirlo, un sondaggio realizzato dall'autorevole centro studi Razumkov, in collaborazione con l'agenzia di stampa UNIAN. Solo il 43,2% degli intervistati ritiene il proprio Paese pienamente indipendente, mentre il 44,7% ha sempresso forti dubbi a riguardo. Un dato, sottolineano i sociologi, in rialzo dal 2006, quando nel Paese regnava una forte delusione, sopratutto in seguito al memorandum con cui l'allora presidente, Viktor Jushchenko, candidato del popolo arancione, nominò primo ministro l'ex rivale, Viktor Janukovych, l'attuale Capo dello Stato, tradendo le promesse elettorali, gran parte dei suoi sostenitori, e gli ideali della pacifica rivoluzione colorata.

Ma, pur sempre, non ancora ai livelli del 2005, quando, terminata la Rivoluzione Arancione, il primo governo Tymoshenko, seppur minato da rivalità interne, lavorava per il rafforzamento dell'Indipendenza del Paese, e per la sua integrazione in quelle istituzioni euroatlantiche. Alle quali, lecito ricordare, l'Ucraina, per storia, cultura e tradizioni, ha pieno diritto di appartenenza.

Matteo Cazzulani

lunedì 23 agosto 2010

ESERCITO RUSSO IN ARMENIA: TUTTI I DETTAGLI DELL'ACCORDO


La difesa di Jerevan la garantirà Mosca. Tutto come previsto, dunque, e preannunciato negli scorsi giorni. Nella giornata di venerdì, 20 agosto, il presidente russo, Dmitrij Medvedev, e quello armeno, Serzh Sargsjan, hanno siglato un nuovo accordo militare che consente all'esercito russo la permanenza nel territorio del Paese caucasico fino al 2044. Tecnicamente, le parti hanno prolungato un precedente documento del 1995 che concedeva a Mosca il diritto di possesso, e di utilizzo, di alcune basi nell'Armenia occidentale. Ma, de facto, il Cremlino non solo ha garantito la presenza delle sue truppe per altri 34 anni, ma ha aumentato i poteri esercitabili nell'area, e modificato lo scopo della missione nell'area: garantire la sicurezza armena, e sorvegliarne i confini.

Non a caso, l'esercito russo effettuerà esercitazioni costanti nella base di Gjurmi, a poca distanza dalla frontiera con la Turchia. Inoltre, Mosca dislocherà nell'area, in favore di Jerevan, armamenti all'avanguardia - intercettori di categoria C-300 e velivoli militari MiG-29 - e speciali tecniche militari. De facto, il nuovo accordo rafforza la presenza, armata, russa in uno scacchiere caldo e delicato, ove Paesi una volta parte dell'URSS, ma ora indipendenti, come Georgia ed Azerbajdzhan, sono visti da Mosca come pedine da mangiare per precisi scopi di natura geopolitica ed energetica. Infatti, nell'area dovrebbe transitare il Nabucco: gasdotto progettato da USA ed UE per trasportare oro blu di provenienza centroasiatica in Occidente, aggirando il territorio, e con esso la dipendenza economica, ed il conseguente ricatto politico, della Russia.

Le fonti ufficiali del Cremlino tendono a minimizzare la portata dell'accordo. Alla televisione armena, il ministro della difesa della Federazione Russa, Sergij Lavrov, ha dichiarato che nulla cambierà e che il ruolo dei soldati di Mosca sarà sempre il medesimo. Più esplicite, e chiare, le parole del presidente, Dmitrij Medvedev, al momento della firma dell'accordo: "il compito della Federazione Russa, in quanto principale Stato nell'area, è il rafforzamento della sicurezza e della crescita economica di quei Paesi bisognosi. La sicurezza di Jerevan - ha continuato - non è altro che la manifestazione della nostra volontà di mantenere pace ed ordine".

La calma di Lavrov, e la freddezza di Medvedev, contrastano con l'entusiasmo con cui, al contrario, Jerevan ha commentato l'accordo. Il presidente armeno, Serzh Sagsjan, ha salutato positivamente l'incremento della presenza russa nell'area, utile per la sicurezza del Paese da lui presieduto. Personalità governative hanno precisato che i russi potranno contribuire alla risoluzione della partita con il vicino Azerbajdzhan per il Nagorno-Karabakh: regione contesa militarmente nell'omonimo conflitto del 1987-1994, oggi repubblica autonoma non riconosciuta, ufficialmente azera, ma etnicamente a maggioranza armena.

A conferma di ciò, le dichiarazioni del rappresentante del Partito Repubblicano, Eduard Sharmanazov, entusiasta della rinnovata alleanza con Mosca in chiave anti-azera. "L'accordo - ha dichiarato a Radio Liberty - esclude la possibilità da parte dell'Azerbajdzhan di riprendersi militarmente il Nagorno-Karabakh. I russi - ha continuato l'esponente del partito di governo a Jerevan - ci hanno promesso che si prenderanno cura della pacificazione dell'area".

Naturalmente differente la reazione azera, che ha accolto la notizia con estrema preoccupazione. Il ministero degli esteri di Baku si è appellato affinché Mosca rispetti gli impegni internazionali, e non utilizzi la base di Gjurmi contro l'Azerbajdzhan. In seguito, ha diffuso una nota con cui ha ricordato che Baku ha mantenuto sempre un atteggiamento costruttivo, volto alla risoluzione pacifica della questione. Senza l'impiego, né, tantomeno, la minaccia, dell'intervento bellico.

Maggiormente diretto il messaggio dell'ex consigliere del presidente azero, Vafa Gugulaza. "Da oggi - ha spiegato, sempre a Radio Liberty - il territorio armeno è territorio russo. E la Russia aumenta la sua presenza militare a Jerevan contro la NATO, contro gli USA e contro di noi [Azerbajdzhan, n.d.a.] Il tutto, in vista di un possibile conflitto armato con l'Iran, per avere le proprie forze armate già nell'area, dislocate in Armenia, nella russa Armenia. Meglio, nel territorio russo dell'Armenia. Non bisogna fidarsi delle parole di Lavrov e Medvedev. Il disegno è preciso".

Tuttavia, sono molti tra gli esperti ad evidenziare che, in realtà, il vero obiettivo dell'accordo, oltre alle ragioni geopolitiche già riportate, non sarebbe l'Azerbajdzhan, ma la Turchia. Come sottolineato dall'esperto di tattiche militari, Paul Felgengauer, il rinnovo della presenza dei soldati russi in Armenia non è motivato dal conflitto con Baku, ma è un messaggio chiaro e secco lanciato ad Ankara per scongiurarne ogni futuro possibile intervento nell'area, considerata appannaggio di Mosca.

"Non è un caso - ha evidenziato - che il Cremlino abbia scelto di rinnovare la presenza nella base di Gjurmi, a venti chilometri dal confine con Ankara. Posizionando le sue basi militari nelle regioni separatiste georgiane, Abkhazija ed Ossezia Meridionale - ha continuato - ed incrementando i suoi diritti in Armenia ha una presenza militare davvero considerevole, a ridosso di due Paesi NATO o vicini ad essa, quali Turchia e Georgia".

Matteo Cazzulani

domenica 22 agosto 2010

L'AMERICA SI SVEGLIA: JANUKOVYCH MODIFICA IL PORCELLUM UCRAINO


Questa è la vera America. Non quella del "volemose bene, senza se e senza ma", delle pacche sulle spalle a dittatori della terra, e del tanto sbandierato "change", sommerso da una imbarazzante marea di petrolio. Bensì, quella che porta per il Mondo l'immagine degli USA - e, con essa, piaccia o meno, di tutto l'occidente - in maniera responsabile, difendendo lo sviluppo di Democrazia e Diritti Umani in ogni angolo del pianeta. Di alfieri di questa concezione, purtroppo, ne sono rimasti pochi. Tuttavia, essi sono ancora in grado di influire, agire e migliorare la vita di quei popoli che non ancora godono delle libertà, o che da poco le hanno ottenute.

Il fatto in questione riguarda l'Ucraina, Paese che la democrazia l'ha ottenuta, pacificamente e con l'efficace arma della non violenza, con la rivoluzione arancione del 2004. Allora, guidati da Julija Tymoshenko, l'anima della protesta, e Viktor Jushchenko, il futuro presidente, gli ucraini sfidarono il freddo invernale, e scesero in piazza per dire basta a controllo e terrore politico di eredità sovietica, in favore di un Paese finalmente giusto, democratico ed europeo. Sei anni più tardi, alla carica di Capo dello Stato è salito Viktor Janukovych, ex rivale degli arancioni. Lo ha fatto correndo in elezioni che gli osservatori internazionali hanno certificato come regolari, dichiarando ufficialmente l'Ucraina un Paese politicamente maturo.

Ciò nonostante, alcuni provvedimenti del nuovo governo - instaurato da Janukovych a pochi giorni dalla sua nomina presidenziale, attingendo unicamente da uomini del suo partito, il Partija Rehioniv - sono risultati al limite dello standard democratico di cui sopra. Non ultima, la legge elettorale per le amministrative del prossimo 31 ottobre, varata in luglio. L'autore del disegno di legge, il capogruppo al parlamento del Partija Rehioniv, Oleksandr Jefremov, ha redatto un documento che, oltre ad un complesso meccanismo di nomina dei membri delle commissioni elettorali, vieta la partecipazione alle consultazioni locali non solo a blocchi, cartelli ed alleanze di soggetti politici, ma anche a quei partiti registrati da meno di un anno dalla data delle elezioni. Un porcellum ucraino. Il quale, inevitabilmente, penalizza le forze dell'Opposizione Democratica presso la Rada: il Blocco Tymoshenko e l'alleanza "Nasha Ukrajina-Narodna Samooborona", costituite da diverse forze partitiche per contrastare i soggetti ora al governo, il Partija Rehioniv ed i comunisti della Kompartija. Entrambi, si noti, partiti.

Contro questa legge non solo si sono mobilitate personalità ed organizzazioni dell'opposizione - Bat'kivshchyna, il partito di Julija Tymoshenko, ha presentato ricorso in tribunale e, assieme ad altri soggetti penalizzati dal decreto, ha convocato una mobilitazione generale presso la Rada per il prossimo 7 settembre, data della ripresa dell'attività parlamentare - ma anche organizzazioni internazionali hanno espresso obiezioni, invitando Janukovych a non firmare o a modificare sensibilmente il testo del DDL.

Lo scorso 19 agosto, l'International Republican Institute ed il National Democratic Institute hanno diffuso un memorandum in cui, in maniera dettagliata, si evidenziano le varie criticità ad un progetto di legge ritenuto antidemocratico. Sopratutto, a causa del divieto alla partecipazione elettorale a tutti quei soggetti non partitici o che, pur sotto forma di partito, sono stati registrati dopo il 31 ottobre dello scorso anno. Inoltre, le due istituzioni americane, afferenti ad entrambe le forze politiche del sistema bipartitico americano, hanno espresso perplessità sul diritto alla nomina dei membri delle commissioni elettorali locali alle sole forze rappresentate in Parlamento - oltre a quelle già citate, il Blocco Lytvyn, altro penalizzato, a dispetto della sua appartenenza alla maggioranza - ritenuto potenziale causa di tensioni interne, perdita di fiducia nello strumento elettorale e, più in generale, nella politica.

"La legge - riporta il memorandum - limita i diritti politici delle forze politiche minori e di quelle costituitesi di recente, persino per iniziativa di deputati parlamentari, se non addirittura di ministri, come il "Front Zmin" di Arsenij Jacenjuk [parlamentare di Nasha Ukrajina, ex speaker e candidato alle scorse presidenziali, n.d.a.] e "Sylna Ukrajina" di Serhij Tihipko [l'attuale vice premier con delega agli affari energetici, terzo classificato, in gennaio, con un cospicuo 13%, n.d.a.]. Questi soggetti - continua il documento - devono poter competere con i partiti maggiori, oggi in parlamento. Così come a scendere in campo possono essere anche alleanze tra vari partiti ed associazioni. Le limitazioni imposte ai candidati indipendenti contrastano con la stessa legislazione ucraina e con gli obblighi internazionali che Kyiv ha accettato. Se non si arresterà la dipendenza delle élite cittadine ai vecchi, storici partiti, la volontà e la libera scelta degli elettori dei propri rappresentanti negli organi di governo locali sarà calpestata.

Una sonora tirata di orecchie, che ha provocato la pronta reazione di Kyiv. Nella giornata di sabato, 21 agosto, l'amministrazione presidenziale ha comunicato la volontà del Capo dello Stato di modificare, a breve, alcuni articoli del DDL Jefremov, così da redigerne una nuova versione da sottoporre al voto del Parlamento già alla prima seduta. A dare la notizia, il Dzherkalo Tyzhnja, fonte attendibile, che ha illustrato, nel dettaglio, la natura delle modifiche. Guarda caso, Janukovych intenderebbe cancellare il comma che vieta la partecipazione alla consultazione elettorale ai partiti registrati da meno di 365 giorni dalla data delle consultazioni, e modificare il criterio di costituzione delle commissioni elettorali locali, concedendo ai partiti rappresentati in Parlamento la possibilità di nominare cinque membri, e, a tutti gli altri concorrenti, tre in totale.

Secondo il parere di diversi politologi, a spingere Janukovych alla modifica del porcellum ucraino sarebbero state proprio le due organizzazioni americane, con il loro documento comune. Inoltre, a protestare sarebbe stato lo stesso vicepremier, Serhij Tihipko, la cui forza politica, Sylna Ukrajina, è stata registrata solamente all'indomani delle scorse presidenziali, in febbraio. Ciò nonostante, gli stessi esperti invitano a considerare i vantaggi che, in realtà, avrebbero spinto il Capo dello Stato allo smussamento del DDL. Non solo la volontà di mettersi in buona luce dinnanzi alla comunità internazionale, sopratutto agli USA. La presenza di forze politiche di recente formazione, dalla stessa "Sylna Ukrajina" al Front Zmin di Arsenij Jacenjuk, eroderebbe consensi ai grandi partiti dell'Opposizione Democratica, in primis a quello della Lady di Ferro ucraina, Bat'kivshchyna. Una tendenza confermata dagli ultimi sondaggi.

Fatto sta che Janukovych non ha modificato la clausola che esclude dalla corsa elettorale i blocchi e le alleanze, forma con la quale le forze politiche dell'Opposizione Democratica si sono sempre presentate e, per questo, sono conosciute, anche dagli elettori più distratti. Inoltre, spiacevole sottolineare come a spingere il Capo di Stato ucraino ad apportare seppur parziali modifiche in senso democratico alla legge siano state le istituzioni presiedute dal candidato repubblicano alla presidenza USA, John McCain, e dall'ex Segretario di Stato dell'amministrazione Clinton, Marlene Albright, e non l'istituzione principale del Paese. Quella Casa Bianca, un tempo faro della democrazia nel Mondo, oggi nelle mani di campioni del golf e del nuoto, dimentica della sua missione in politica estera, impaurita dal gas russo, e riunciataria dinnanzi ai missili iraniani.

Matteo Cazzulani

sabato 21 agosto 2010

FUSIONE GAZPROM-NAFTOHAZ, AFFAIRE RUE ED OLEODOTTO ODESSA-BRODY. LA CALDA ESTATE ENERGETICA NELL'EUROPA EX-SOVIETICA


FOTO UNIAN. Al via le trattative per la fusione tra i colossi del gas russo ed ucraino, Gazprom e Naftohaz. Un tribunale ucraino Kyiv condanna la compagnia nazionale Naftohaz in favore di oligarchi del settore. Gli esperti: "gazocrazia". Spunta l'ipotesi, con l'ausilio bielorusso e lituano, dello sfruttamento al contrario dell'oleodotto Odessa-Brody.

Gas e Nafta sono davvero materiali altamente infiammabili. Nonostante la chiusura per ferie della Rada, a riscaldare la politica ucraina, e, con essa, di tutta l'area europea centro-orientale, è la tematica energetica. Oltre a Kyiv, anche Bielorussia, Russia e Lituania sono coinvolte in progetti che potrebbero segnare una svolta negli equilibri geopolitici della regione.

La notizia più recente è l'avvio delle trattative tra Mosca e Kyiv per la costituzione di un unico supermonopolista nel settore del gas che, stando ai piani, dovrebbe nascere dalla fusione tra il monopolista russo, Gazprom, e quello ucraino, Naftohaz. Come riportato dall'agenzia di stampa russa Ria Novosti, e confermato da quella ucraina UNIAN, nella giornata di venerdi, 20 agosto, il capo di Gazprom, Aleksej Miller, ed il ministro dell'energia ucraino, Jurij Bojko, hanno intrattenuto il primo di una serie di incontri per realizzare un progetto che interesserà l'estrazione di oro blu in Russia, il suo transito in Ucraina e lo sviluppo del sistema infrastrutturale energetico di Kyiv.

"Nell'incontro - riporta una nota di Gazprom - avvenuto presso i nostri [di Gazprom, n.d.a.] uffici si è affrontato l'inizio delle trattative per la creazione di un'unica compagnia energetica. Siamo soddisfatti per come procedono le trattative, e per lo stato della cooperazione con Naftohaz, sopratutto per quanto riguarda la firma di nuovi contratti a lungo termine, finalizzati al rinnovo delle forniture a Kyiv ed al transito di gas attraverso il territorio ucraino".

La proposta di unire Gazprom e Naftohaz in un unico supermonopolista è stata avanzata, a sopresa, dal primo ministro russo in persona, Vladimir Putin, in occasione di un incontro col il collega ucraino, Mykola Azarov, lo scorso maggio, a Sochi. Tuttavia, stando al parere di molti esperti, e ad alcune indiscrezioni, non si tratterebbe di una fusione a pari condizioni, poiché alla compagine ucraina sarebbe riservato solamente il 6% delle azioni del nuovo soggetto. Dinnanzi a ciò, l'Opposizione Democratica da un lato ha denunciato la volontà del Cremlino di estendere il proprio controllo sul sistema infrastrutturale energetico ucraino per sottomettere il Paese sul piano economico e, di conseguenza, politico. Dall'altro, ha accusato amministrazione presidenziale e governo di contrastare gli interessi nazionali, e di svendere, per favorire i propri finanziatori, le pedine principali dell'industria ucraina. Difatti, accanto ai monopolisti del gas, Mosca e Kyiv hanno già provveduto all'unificazione dei propri colossi in altri settori cruciali per l'economia della regione, da quello dell'energia nucleare ed idroelettrica alla costruzione di aerei. Sempre secondo quanto proposto da Putin in quel di Sochi.

La fiammata precedente, ancora inerente all'oro blu, nella giornata di giovedì, 19 agosto. Il tribunale del quartiere Shevchenko di Kyiv ha confermato la sentenza dell'arbitrato di Stoccolma sulla diatriba tra Naftohaz e RosUkrEnergo - misteriosa compagnia registrata in Svizzera, controllata al 50% da una affiliata del monopolista russo Gazprom, RosGasAg, e, all’altro 50%, dalla elvetica Centralgas Holding, agente per conto di due oligarchi ucraini, Ivan Fursyn e Dmytro Firtash - ed obbligato il governo ucraino alla restituzione di 12 miliardi di metri cubi di gas col versamento di un'ammenda di 5,5 miliardi di dollari. Il Ministero dell'energia, che controlla Naftohaz, ha promesso di continuare la battaglia in apello. Ma in pochi credono nella reale intenzione di proseguire l'iter processuale, né nella possibilità di successo.

A dare la notizia, poi confermata, il quotidiano russo Kommersant'', che ha spiegato come la sentenza sia stata emanata già lo scorso 13 agosto. Un atteggiamento che ha irritato, non di poco, il capo della Commissione Parlamentare per la Sicurezza Nazionale - da prassi concessa all'opposizione - Anatolij Hrycenko, il quale ha sottolineato come sia stato lo stesso governo a caldeggiare, e favorire, tale decisione, pesante per il bilancio statale. Un atteggiamento, apparentemente inspiegabile, che testimonia la volontà dell'attuale magioranza di tutelare gli interessi dei propri sponsor prima che quelli della nazione: Dmytro Firtash è uno dei principali finanziatori del Partija Rehioniv, la forza politica, egemone nel Paese, a cui appartengono presidente, premier e quasi tutto il resto del Consiglio dei Ministri. Inoltre, lo stesso titolare del dicastero all'energia, Jurij Bojko, era tra i quadri dirigenti di RosUkrEnergo. Un conflitto di interessi che, ha spiegato Hrycenko a Radio Liberty, ben chiarirebbe la questione.

Simile analisi è stata espressa anche da personalità di alta competenza, estranei alla sfera politica. Il direttore del centro di studi energetici "Nomos", Mykhajlo Honchar, ha evidenziato come la faccenda testimoni la mancanza di un sistema giudiziaro in grado di tutelare gli interessi del Paese, preferendo assecondare gli interessi dei singoli, grandi affaristi. I quali, spalleggiati dalle forze politiche della maggioranza - Partija Rehioniv, Blocco Lytvyn e comunisti - hanno fatto dell'Ucraina una gazocrazia, in cui a governare sono oligarchi corrotti, e non più i rappresentanti della volontà popolare.

Per meglio chiarire l'intera questione, doveroso un breve storico. RosUkrEnergo ha detenuto il monopolio della vendita di gas turkmeno - meno caro di quello russo, altresì venduto a Kyiv da Gazprom - a Naftohaz, ed agito come intermediario nelle trattative energetiche tra Mosca e Kyiv fino al novembre del 2009. Dieci mesi prima, in gennaio, Mosca e Kyiv si erano accordate per eliminare la compagnia elvetica, e Gazprom aveva concesso a Naftohaz il permesso di utilizzare il gas gestito da RosUkrEnergo, conservato nei serbatoi ucraini. L'ex intermediario, tuttavia, ha presentato ricorso all'arbitrato di Stoccolma, accusando la compagnia ucraina di aver rubato l'oro blu, e di non avere rispettato le clausole contrattuali, in vigore dal 2006.

Lo scorso 8 giugno, Naftohaz è stata condannata alla restituzione di 11 miliardi di metri cubi di gas, ed al versamento di un indennizzo pari a 5,5 miliardi di dollari in favore della società controllata da Firtash. Il tutto, senza reazioni da parte di Gazprom. Né, sopratutto, alcuna presa di posizione da parte delle autorità di Kyiv. Al contrario, il governo ha addossato l'intera responsabilità al precedente esecutivo, guidato da Julija Tymoshenko, senza programmare alcuna controffensiva giudiziaria. Inoltre, il Servizio di Sicurezza Nazionale, presieduto da Valerij Khoroshovs'kyj, socio in affari di Firtash, ha avviato un'inchiesta che ha portato, in poco tempo, all'arresto di alcuni collaboratori della Lady di Ferro ucraina al momento dei fatti incriminati.

In sostanza, una vera e propria batosta energetica. Dalla quale, tuttavia, Kyiv ha la possibilità di riscattarsi, con l'aiuto di Bielorussia e Lituania, su un altro fronte, quello della nafta. Nello specifico, Minsk sarebbe pronta a cedere a Kyiv 5 delle 9 milioni di tonnellate di nafta importate dal Venezuela come diritto di transito attraverso l'Ucraina.

Una possibilità concreta, dal momento in cui il governo bielorusso ha già stretto un accordo con la Lituania per l'utilizzo degli oleodotti di Vilna. Ma il trasporto via mare fino ad Odessa, sul Mar Nero, costerebbe sensibilmente meno rispetto a quello fino a Klajpedi, sul Mar Baltico. Ciò nonostante, il condizionale è d'obbligo. Difatti, se la parte bielorussa è disponibile a trattare, anche coinvolgendo la Lituania, è Kyiv che deve compiere il passo più significativo, e coraggioso, invertendo il flusso di utilizzo dell'oleodotto Odessa-Brody.

Tale conduttura è stata costruita tra il 1996 ed il 2001, ma è entrata in funzione solo nel 2004, quando l'allora consiglio dei ministri, per contrastare la dipendenza energetica dalla Russia, optò per il suo impiego in senso inverso: dall'Ucraina alla Bielorussia. Una decisione subito annullata dall'allora primo governo Janukovych - l'attuale presidente, allora primo ministro - che, con un apposito decreto, tuttora in vigore, ripristinò l'utilizzo originale della conduttura per trasportare carburante grezzo del consorzio russo TNK-BP da Brody ad Odessa. Una direzione che Kyiv è obbligata a mantenere per altri due anni, in quanto, sempre il primo esecutivo Janukovych, impegnò il Paese in un accordo con Mosca finalizzato al potenziamento dell'oleodotto Druzhba - che trasporta nafta dalla Russia a Stati Baltici e Bielorussia - di cui l'Odessa-Brody, sfruttato verso il Mar Nero, è la naturale continuazione.

Dunque, su Kyiv ricade una decisione coraggiosa. Una precisa scelta di campo tra una diversificazione degli approvvigionamenti ed maggiore dipendenza politico-energetica dal Cremlino. Secondo i maggiori esperti del settore, la soluzione bielorussa è possibile e, sopratutto, conveniente. Ma difficilmente l'attuale verticale del potere ucraina farà uno sgarbo a Mosca, e romperà anzitempo l'accordo per il potenziamento del Druzhba. Rinunciando, così, per via definitiva, ad una fornitura economicamente vantaggiosa e politicamente indipendente.

Matteo Cazzulani

venerdì 20 agosto 2010

STOP ALLA CENSURA. SOLIDARIETA AL 5. KANAL E AD ARTICOLO 21



Che cos'hanno in comune il 5. Kanal ed Articolo 21? Un nome con una cifra, direbbero i più simpatici. Osservazione davvero acuta, ma ad unire il canale televisivo ucraino ed il sito di informazione italiano c'è molto di più. Non solo l'amicizia e la vicinanza che li lega col sottoscritto, favorita dal comune impegno per la difesa della Libertà di Stampa e per la diffusione di democrazia e diritti umani. Entrambi - il 5 Kanal ed Articolo 21 - sono stati vittime di attacchi informatici che, seppur parzialmente e temporaneamente, hanno sospeso la loro quotidiana attività di libera e pulita informazione.

Nella giornata di martedi, 17 agosto, il canale delle informazioni oneste - come recita il motto della compagnia - è stato oggetto di un flusso di virus che ne ha intaccato i sistemi di trasmissione on-line, ed arrestato il sito internet. Una beffa, se si pensa che la Domenica, 15 agosto, ed il sabato precedenti, il 5. Kanal aveva scioperato, interrompendo le proprie emissioni per una manciata di ore. Scopo della protesta, la decisione da parte della verticale del potere Janukovych-Azarov di revocare diritti di trasmissione su alcune frequenze, per concederli alla rivale Inter. Canale, guarda caso, filogovernativo, appartenente ad un certo Valerij Khoroshovs'kyj, uno dei principali finanziatori del Partija Rehioniv, la forza politica, egemone nel Paese, a cui appartengono presidente, premier e quasi tutti i membri del consiglio dei ministri.

A differenza del Pershyj Informacijnyj - altro appellativo del 5. Kanal - non trasmette in continuazione notizie fresche, né ha dato un forte contributo alla rivoluzione arancione del 2004, con cui gli ucraini, guidati dall'anima del movimento, Julija Tymoshenko, e dal futuro presidente, Viktor Jushchenko, scesero in piazza per un Paese più giusto, democratico ed europeo. Tuttavia, è un ottimo strumento di libera informazione. Uno di quei siti da salvare nei preferiti, e da consultare con costanza, anche se ci si occupa di Ucraina e, più in generale, di mondo ex-sovietico.

Causa scatenante l'attacco informatico, la battaglia in favore della legalità, che il sito sta promuovendo, anche favorendo una raccolta firme a sostegno del presidente della repubblica, Giorgio Napolitano. Così, giovedi, 19 agosto, alcuni articoli sono stati cancellati, perduti per sempre. Significativa la dichiarazione del direttore della testata, Stefano Corradino, che ha anche promesso azioni legali contro ignoti, dal momento in cui non è la prima volta che il fatto si verifica.

"Da quando il sito di Articolo21 ha lanciato l'appello a sostegno del presidente Napolitano - ha dichiarato Corradino - e per promuovere una grande mobilitazione per la legalità, si è scatenata contro il sito la peggiore illegalità: quella dell'oscuramento, della manipolazione, della cancellazione delle riflessioni, delle idee, delle critiche. Nella giornata di oggi un pesante attacco hacker ha letteralmente devastato il sito eliminando definitivamente articoli, interviste, editoriali, commenti".

Ai lettori, probabilmente, è nota la posizione del sottoscritto, che di Napolitano - verso cui, malgrado tutto, nutre infinito rispetto, ed amor patrio per la carica ricoperta - condivide politicamente molto, ma molto poco. Così come è chiaro che, pur sostenendo che Italia ed Ucraina in molto si assomigliano, paragonare Roma a Kyiv purtroppo è azzardato, in quanto i nostri fratelli ucraini non sono ancora in Unione Europea - complice la politica del gas di Putin e la sudditanza dei nostri governanti, di ogni colore, da Prodi a Berlusconi. Ma il gestore di questo blog ritiene doveroso pubblicare queste poche, misere righe per esprimere solidarietà ai due enti di informazione, e ribadire che la Libertà di espressione è un valore da difendere ovunque, sempre e comunque.

Non a caso, a lato di questo blog campeggia il logo del movimento "Stop Cenzuri", a cui il sottoscritto ha aderito, che in Ucraina si batte proprio per la libera informazione. E, sempre volutamente, chi gestisce questo blog termina con le parole inviate, in una lettera privata, allo stesso Corradino, a cui rinnova vicinanza. Non essendo elegante l'autocitazione, l'autore del pezzo riporta quanto scritto sul suo blog da Andrea Riscassi, giornalista RAI, autore della prefazione del mio libro - "La Democrazia Arancione" - ma, prima ancora, grande amico a cui deve tanto e con cui condivide la battaglia per la democrazia nel mondo ex-sovietico, principio per cui con lui, ed altri, ha fondato l'Associazione AnnaViva.

"Questa - riporta Riscassi - la lettera di solidarietà che Matteo Cazzulani, a nome dell’associazione Annaviva, ha mandato ai responsabili del sito [Articolo 21, n.d.a.]: «Il fatto, peraltro già verificatosi in passato, è grave ed inaccettabile. Intaccare gli strumenti di informazione, con precisi scopi e con la chiara volontà di cancellare articoli ritenuti scomodi è una condotta non degna di un Paese libero, come, si suppone, sia l’Italia. Dinnanzi a tutto ciò, AnnaViva è sconcertata, ma determinata ad andare avanti nella sua battaglia e nel rapporto di collaborazione, ed amicizia, con Articolo 21. Battendoci per lo sviluppo di democrazia e diritti umani e, in ricordo di Anna Politkovskaja – e delle altre vittime del regime putiniano colpevoli di scrivere il vero - per la tutela della Libertà di Stampa nel mondo ex-sovietico siamo naturalmente vicini ad Articolo 21, ed accogliamo con profonda tristezza l’operato di loschi, e vigliacchi, personaggi, che, utilizzando un’espressione adottata già in passato da alte personalita, possono essere definiti solo come “turisti della democrazia”»".

Matteo Cazzulani

giovedì 19 agosto 2010

DOPO I MISSILI IN ABKHAZIJA, I RUSSI IN ARMENIA E TADZHIKISTAN.


FOTO NEZAVISIMAJA GAZETA. Mosca si accorda con Jerevan e Dushanbe per il prolungamento dello stazionamento del proprio esercito in Armenia e Tadzhikistan. Allarme di Azerbajdzhan e Georgia. Indifferenti USA ed UE.

Dopo l'Abkhazija, Armenia e Tadzhikistan. Nemmeno la lotta contro i terribili incendi, provocati dall'ondata di caldo eccezionale, sono riusciti a fermare la politica estera russa. Una complessa partita a scacchi, giocata con estrema abilità, che ha visto Mosca mettere a segno due mosse vincenti nel corso di una sola giornata.

Il primo scacco matto, in Armenia. Come riportato dal canale televisivo "Rossija 24" e dall'agenzia Gazeta.ru, l'esercito russo resterà nel Paese fino al 2044. A confermare tutto ciò, il ministro degli esteri di Jerevan, Edvard Nalbandjan, che ha sottolineato l'importanza di tale prolungamento non solo per garantire la sicurezza del Paese, assieme alle forze armate autoctone, ma anche per rafforzare i rapporti politici bilaterali col Cremlino, prezioso alleato di cui l'Armenia necessita.

"Il sito interessato - ha illustrato con una nota - è la base militare di Gjumri. Ivi resteranno i militari russi, che opereranno in collaborazione con le nostre forze armate. E' un accordo vantaggioso per ambo le parti. Noi [l'Armenia, n.d.a.] garantiamo la sicurezza dei nostri confini, e la Federazione Russa, i suoi interessi geopolitici nell'area. Siamo già concordi su tutto. Presto, ufficializzeremo il documento".

Secca la reazione dell'Azerbajdzhan, Paese confinante che con Jerevan intrattiene relazioni diplomatiche assai complicate. La situazione è delicata già dalla guerra per il possesso della regione del Nagorno-Karabakh - ad oggi repubblica indipendente non riconosciuta - combattuta nel 1987-1994, ma, de facto, capitolo non ancora chiuso, in cui Baku accusa i russi di interventismo in favore degli armeni. Ciò nonostante, rappresentanti del governo azero escludono ogni velleità interventista da parte di Mosca, ma esprimono forte preoccupazione per la crescente militarizzazione delle forze armate armene.

"E' evidente - ha dichiarato il deputato alla Mejlis azera Ajdyn Mira-zade - che Jerevan si rimilitarizza e rafforza il proprio potenziale armamentario. E' questo il lato critico della questione, non la presenza dei russi. Tra Jerevan e Baku potrebbero spezzarsi quegli equilibri militari faticosamente raggiunti negli ultimi anni. L'area, ancora calda, potrebbe destabilizzarsi".

Lecito ricordare che l'Azerbajdzhan, assieme a Turkmenistan, Georgia e Turchia, è uno dei Paesi su cui dovrebbe transitare il Nabucco: gasdotto progettato da USA ed UE per trasportare oro blu di provenienza centroasiatica in Occidente, aggirando il territorio, e con esso la dipendenza economica, ed il conseguente ricatto politico, della Russia. Un disegno a cui Mosca si è sempre opposta. Da un lato, iniziando la costruzione di una conduttura parallela, il Southstream. Dall'altro, cercando di controllare militarmente l'area, posizionando pedine pesanti sulle caselle dello scacchiere caucasico.

Stando alle fonti, l'accordo russo-armeno sarà presentato il prossimo venerdi, 20 agosto, in occasione del summit dell'Organizzazione per l'Accordo sulla Sicurezza Collettiva (ODKB): alleanza economico-militare di mutuo soccorso, varata a Tashkent il 15 maggio 1992, tra Federazione Russa, Armenia, Kazakhstan, Kyrgystan, Uzbekistan, Bielorussia e Tadzhikistan. Esso, oltre a quanto già dichiarato al ministro degli esteri di Jerevan, e alle ragioni geopolitico-energetiche, sarebbe mirato anche al controllo della frontiera con la Turchia, Paese su cui Mosca non ripone enorme fiducia.

Il secondo scacco matto il Cremlino lo ha messo a segno proprio nell'ultimo degli stati elencati tra i membri ODKB, il Tadzhikistan. Nella giornata di martedi, 17 agosto, a Sochi ha avuto luogo un importantissimo vertice tra i presidenti russo, Dmitrij Medvedev, afgano, Hamid Karzaj, pachistano, Asif Ali Zardari, e, appunto, tadzhiko, Emomali Rakhmon. Scopo ufficiale dell'incontro, il rafforzamento della partnership economica, ed il varo di una politica regionale di sicurezza comune alle quattro realtà dell'Asia. In realtà, il summit è stata l'occasione per rinegoziare l'affitto che Mosca corrisponde a Dushanbe per lo stazionamento delle proprie truppe nella base aerea di Ajni.

In virtù degli accordi in vigore, stretti nel 2008, i russi dovrebbero sgomberare l'area nel 2013, ma il Cremlino intenderebbe posticipare tale data. D'altro canto, per ottenere maggiori entrate, utili al ripianamento di un bilancio dissestato, la parte Tadzhika intenderebbe sfruttare l'occasione per ritoccare al rialzo l'affitto. Stando a quanto riportato dal quotidiano russo Nezavisimaja Gazeta, e alle dichiarazioni dello stesso Rakhmon, Mosca e Dushanbe si sarebbero accordati facilmente.

"Siamo pronti ad ogni accordo col Cremlino - ha affermato il Capo di Stato Tadzhiko - Per noi la partnership con Mosca è indispensabile. Non si tratta di sola economia. Anche il lato militare, politico e sociale hanno la loro importanza".

Doveroso sottolinere come le parole di Rakhmon testimonino una precisa strategia politica, che Mosca riuscirebbe a sfruttare a proprio vantaggio. Nel 2012, a Dushanbe, sono in programma le elezioni presidenziali, che l'attuale Capo di Stato tadzhiko non intende perdere. Per farlo, gli è utile l'appoggio politico - ed economico - della Federazione Russa. La quale, a sua volta, necessita della repubblica centroasiatica in quanto uno dei suoi principali partner commerciali. Inoltre, in territorio russo vivono e lavorano più di un milione di Tadzhiki, fattore non di poco conto in prospettiva elettorale. Anche per questa ragione, Rakhmon, di recente, avrebbe negato a Washington l'utilizzo della base in questione per il trasporto delle truppe USA in Afghanistan.

In aggiunta, utile ribadire che, lo scorso 12 agosto, le autorità militari russe hanno dichiarato il dislocamento di una batteria missilistica in Abkhazija: regione, assieme all'Ossezia del Sud, sottratta alla Georgia a seguito della guerra lampo dell'estate 2008, e resa Stato indipendente per rafforzare il predominio moscovita sull'area. Il vice premier georgiano con delega alla reintegrazione del Paese, Temur Jakovashvili, ha evidenziato come la mossa del Cremlino contrasti con quasi tutte le clausole degli accordi di pace stretti con la mediazione di NATO e Unione Europea, allora rappresentata dal presidente di turno, il francese Nicholas Sarkozy.

In particolare, Mosca avrebbe sistematicamente infranto l'obbligo di arrestare ogni azione bellica, di ritirare il proprio esercito dai teatri di guerra, ed ivi permettere il ritorno di quello georgiano, di consentire l'accesso, ed il libero transito, di convogli per gli aiuti umanitari. E, infine, di affrontare la questione dell'Indipendenza delle due regioni, strappate con la forza a Tbilisi, in sede internazionale.

Infine, sconcertante constatare come, dinnanzi a tale politica dei missili e dei gasdotti, rimanga silente chi dovrebbe ricordare a Mosca che rispetto della democrazia, dei diritti umani, e della sovranità territoriale dei Paesi terzi indipendenti siano valori non negoziabili, da rispettare sempre e comunque in ambito internazionale. L'Unione Europea, troppo impegnata a discudere di nutella e della lunghezza dei pesci da pescare nelle proprie acque, e gli Stati Uniti del presidente Obama, indaffarato in bagni e partite di golf con la famiglia in Florida. Landa tranquilla e soleggiata, lontana dalle mine e dalle bombe del Caucaso.

Matteo Cazzulani

martedì 17 agosto 2010

TALLIN, VILNA, BUDAPEST E ZAGABRIA: LA NUOVA ALTRA EUROPA LANCIA LA SFIDA A GAZPROM

Estonia e Lituania si riprendono i propri gasdotti. L'Ungheria e la Croazia insieme ai baltici per una nuova conduttura contro la dipendenza dal Cremlino.

Energeticamente sicuri. Ed anche più tranquilli. E' questo lo spirito con cui Estonia, Lituania, Ungheria e Croazia si sono unite. Un nuovo fronte dei coraggiosi, composto da tre Paesi UE, ed uno non ancora, che, dopo la vittoria di Janukovych in Ucraina ed il passaggio della Polonia di Komorowski dalla parte dei filorussi, ha varato una sorta di alleanza energetica con il preciso scopo di opporsi allla dipendenza da Mosca, e al suo conseguente ricatto politico, di cui, oramai, l'intera Vecchia Europa Occidentale è preda.

Come riportato dal quotidiano russo "Kommersant''", il Ministero dell'Economia dell'Estonia starebbe approntando un decreto per smembrare la compagnia energetica nazionale Eesti Gaas, monopolista nel paese non solo nel settore dell'importazione, da Mosca, dell'oro blu, ma anche della sua distribuzione. La decisione del governo estone sarebbe dettata dalla vcolontà di riportare i gasdotti in mani statali, sottraendola al controllo dei russi. Una necessità, per assicurare un minimo margine di indipendenza dal Cremlino. Eesti gas, infatti, appartiene per il 37% al monopolista russo Gazprom, che de facto la controlla. Gli altri soci nella compagnia sono, per il 33,66%, la tedesca E.ON RuhrGas AG, alleata di Gazprom, per il 17,72% la compagnia Fortum, e per il 9,85% la lettone Itera Latvija.

Secondo quanto stabilito dal terzo pachetto energetico UE, varato nel 2009, il governo estone avrebbe il diritto di rilevare la proprietà dei propri gasdotti per mezzo di tre modalità: nazionalizzazione, creazione di un nuovo operatore a maggioranza statale, varo di un'azione economica straordinaria finalizzata all'acquisto del 50% più uno delle azioni del colosso statale. Quale delle tre vie percorrere ancora non è chiaro, ma il governo estone è determinato a finalizzare l'azione. E non solo lui.

Sempre secondo il Kommersant'', anche la Lituania intenderebbe sfruttare il terzo pacchetto energetico UE, e starebbe studiando un'analogo decreto per scorporare la compagnia nazionale Lietuvos dujos, proprietaria di gas e gasdotti, controllata per il 38,9% da E.ON Ruhrgas International, per il 37,1% da Gazprom, e solo per il 17,7% dal governo nazionale.

L'esigenza dell'azione dei due Paesi baltici, tuttavia, non è dettata solamente da sacrosante ragioni politiche, ma anche economiche: Estonia e Lituania, paesi invisi al Cremlino, pagano il gas a prezzi decisamente più cari rispetto alla media europea, pari a 265-270 dollari per mille metri cubi per trimestre. Tallin è costretta a pagarne 318,2, Vilna 370.

Altro Paese legato mani e piedi al Cremlino è l'Ungheria, che importa il 90% dell'oro blu per mezzo del celebre gasdotto "Druzhba", che collega Mosca all'UE via terra, attraverso l'Ucraina. Una situazione ad alto rischio economico, finanziario e politico a cui il nuovo governo conservatore ha voluto porre rimedio collegando il sistema infrastrutturale energetico di Budapest al "Corridoio Nord-Sud": un gasdotto concepito per rifornire di gas norvegese gli stati del baltico, e tutti gli altri Paesi europei fortemente dipendneti da Gazprom. A tale pro, il governo ungherese ha programmato per il prossimo anno la posa di 206 chilometri di condutture, che, collegate al Nord-Sud, soddisferanno parte dei 14 miliardi di metrocubi di cui annualmente l'Ungheria ha bisogno.

Ma non è tutto. Alla conduttura si è aggiunta la Croazia, che, pronta oramai per il prossimo ingresso nell'UE, ha varato un piano di azioni volte alla costruzione di un sistema di gasdotti in compartecipazione proprio con Budapest. Un gasdotto di 120 chilometri collegherà Zagabria al sud dell'Ungheria, e consentirà allo Stato balcanico di approvigionarsi del gas norvegese proveniente dal baltico. Costo dell'opera, 80 miliardi di Fiorini ungheresi, pari a 360 milioni di dollari USA.

Una cifra notevole. Ma necessaria per l'indipendenza energetica, e politica, da Mosca.

Matteo Cazzulani

lunedì 16 agosto 2010

VARSAVIA ROMPE CON VILNA SU KALININGRAD


La Polonia propone l'estensione della politica di prossimità dell'Unione Europea all'enclave russa di Kaliningrad, anche senza l'avvallo di Bruxelles. Contraria la Lituania: "Atteggiamento inspiegabile. E' in gioco la nostra sicurezza". L'opposizione interna: "coerenza".

Lo studio legale Komorowski cambia clienti: da avvocato a Bruxelles di Julija Tymoshenko e Viktor Jushchenko, a quello di Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev. Difatti, il Paese che solo pochi anni fa ha sostenuto con vigore le rivoluzioni colorate a Kyiv e Minsk, e caldeggiato l'installazione dello scudo anti missilistico USA sul proprio territorio, oggi si presenta come il promotore della politica di buon vicinato con la Federazione Russa. Un cambio di casacca reso ancora più esplicito da quando, lo scorso luglio, il nuovo Capo di Stato, Bronislaw Komorowski, ha vinto le elezioni presidenziali, conducendo la Polonia ad una vera e propria inversione ad u.

L'ennesima prova, lo scorso 12 agosto, quando due esponenti dell'esecutivo di Varsavia hanno espresso l'intenzione di estendere la politica di prossimità transfrontaliera all'enclave russa di Kaliningrad - già Konigsberg, città natale di Kant, situata, sul Mar Baltico, tra Polonia e Lituania - a prescindere dal parere in merito degli altri Paesi UE. Secondo la legislazione comunitaria, lo status in questione può essere concesso a chi, in Paesi extraeuropei, risiede a non più di 30 chilometri di distanza dalla frontiera UE. Nel caso di Kaliningrad, il ministro degli esteri, Radoslaw Sikorski, e quello degli interni, Jerzy Miller, hanno l'idea di suddividere la popolazione autoctona in due gruppi: quella che abita a ridosso del confine, con piena libertà di transito in entrata e uscita dall'UE, e quella che vive dai 15 ai 30 chilometri, a cui sarebbero concesse solamente semplificazione sul rilascio dei visti.

Inoltre, i due ministri hanno evidenziato l'importanza politica della proposta: dopo anni di incomprensioni e tensioni con Mosca, dannose per tutta l'Unione Europea, ora la Polonia vuole farsi carico della politica di buon vicinato con la Federazione Russa, e promette, a riguardo, un costante impegno diplomatico, a partire proprio col sostegno della politica di prossimità per la vecchia Konigsberg, anche qualora la maggioranza del resto dei membri dell'Unione fosse contraria.

Un atteggiamento che ha irritato, non poco, l'altro Stato confinante con l'enclave russa, la Lituania, da sempre al fianco della Polonia nel difendere in sede UE le problematiche dei Paesi centro-orientali del continente. Come sottolineato dal portavoce del ministero degli esteri, Rolandas Kacinskas, Vilna non prevede alcuna concessione di status particolari ad una regione malcontrollata, che, qualora venisse meno il controllo di frontiera, potrebbe causare il propagarsi di contrabbando, traffici umani e commerci illegali, persino di armamenti, anche nei paesi adiacenti. Inoltre, fonti lituane hanno ricordato come Varsavia si sia impegnata ad affrontare la questione in stretta partnership con Vilna. Un preciso impegno politico, inspiegabilmente venuto meno da qualche mese.

Incomprensione, e contrarietà, alla proposta di Varsavia è stata espressa anche da membri autorevoli dell'emigrazione in Lituania. L'opinionista del quotidiano di Vilna in lingua polacca "Kurier Wilenski", Stanislaw Tarasewycz, ha sottolineato come il progetto di Sikorski sia in aperta contraddizione con la legislazione europea. Non solo per quanto riguarda gli aspetti politico-economici, ma anche geografici, dal momento in cui a trovarsi sulla direttrice tra Kaliningrad e la Federazione Russa sono Bielorussia e Lituania, e non la Polonia. Dunque, sarebbe opportuno coinvolgere Vilna - e, in secondo luogo, anche Minsk - nell'elaborazione di ogni modifica del regolamento di frontiera con la vecchia Konigsberg.

"Lo status di zona interessata dalla politica europea di prossimità - ha spiegato Tarasewycz - riguarda principalmente il traffico di persone. La Lituania, ubicata tra Mosca e Kaliningrad, sarebbe investita da tale flusso, difficilmente gestibile. L'atteggiamento polacco stupisce. Ed è comprensibile che alcuni politici lituani, dopo anni di stretta collaborazione e battaglie comuni in politica estera, vedano la posizione di Varsavia come un tradimento, e considerino la politica di prossimità con l'enclave russa come una minaccia per la sicurezza nazionale".

Scetticismo è stato espresso anche dall'interno della politica polacca. L'europarlamentare di Diritto e Giustizia, il principale partito di opposizione, Pawel Kowal, ha commentato con favore l'iniziativa di Varsavia in quanto utile per migliorare i rapporti con Mosca. D'altro canto, ha sottolineato come Varsavia, per dimostrare serietà e maturità, debba mantenere un atteggiamento coerente, e battersi per l'estensione dello status della politica di prossimità anche a quei Paesi europei tradizionalmente difesi in ambito internazionale. In primis, Ucraina e Bielorussia.

"Lo status di prossimità a Kaliningrad - ha dichiarato al quotidiano polacco Rzeczpospolita - è una decisione razionale. Ma ci vuole coerenza e serietà. Varsavia non si può dimenticare di Minsk e Kyiv, la cui legittima aspirazione europea ha sempre supportato. Se propone l'estensione dello status in questione a Kaliningrad, deve farlo anche per Ucraina e Bielorussia".

Matteo Cazzulani

sabato 14 agosto 2010

MISSILI IN ABKHAZIJA. COSì MOSCA RICORDA LA TRAGEDIA DEL KURSK.


FOTO GAZETA.PL. La Federazione Russa annuncia il dislocamento di missili nella regione dell'Abkhazija, strappata alla Georgia dopo la guerra del 2008. Ciò, malgrado le clausole dell'accordo di pace firmato con Tbilisi. E la triste concomitanza con l'anniversario dell'affondamento del Kursk.

Una tragedia dimenticata e completamente sottaciuta. Dieci anni fa, infatti, il 12 agosto del 2000, nel mare di Barents si verificò un'esplosione a bordo del Kursk, sottomarino nucleare della marina militare russa. 118 i morti: militari, in gran parte giovani. Di queste persone, impegnate a servire il proprio Paese, tutti sembrano essersi dimenticati. Non solo la stampa occidentale, che, a parte qualche rara eccezione, ha lesinato la notizia, preferendo glorificare le gesta di un primo ministro impegnato nella guida di un velivolo per spegnere gli incendi, e diradare una nube - forse tossica - che attanaglia Mosca e dintorni a seguito di un'ondata di caldo eccezionale. Anche lo stesso governo russo si è dimenticato di loro. Sull'incidente, verità non è ancora stata trovata. Né, sembra, lo sarà nei prossimi tempi.

Ufficialmente, il Kursk si sarebbe allagato a seguito di un'esplosione avvenuta a bordo durante le esercitazioni. A certificarlo, sono bastate le parole, alla stampa americana, dell'allora presidente, Vladimir Putin, oggi primo ministro: "il Kursk è affondato". Tuttavia, nella Federazione Russa, e non solo, continuano le discussioni sulle vere ragioni del disastro. Non tutti, infatti, credono nell'esplosione accidentale. Indiscrezioni hanno ventilato una possibile collisione con un altro sottomarino, probabilmente battente bandiera USA, forse, in una sorta di guerre stellari sottomarine. Roba da fantascienza, o quasi, che, tuttavia, dimostra quanto la questione sia ancora una ferita aperta nella società russa.

Sta di fatto che, come ha ricordato a Radio Liberty il Capitano di Primo Rango della marina russa, Igor Kudrin, tuttavia scettico sull'ipotesi della collisione, Mosca rifiutò l'aiuto offertole dalla marina del Regno Unito, pronta ad intervenire in quanto poco distante dal luogo della tragedia con una sua unità. Un soccorso che, ha ricordato, avrebbe potuto salvare la vita ai 118 militari.

Ma non solo giustizia, e verità storica. Forse per sbadatezza, o per ironia della storia, alla vigilia della ricorrenza le autorità militari russe hanno dichiarato, con toni trionfalistici, il dislocamento di una batteria missilistica in Abkhazija: regione, assieme all'Ossezia del Sud, sottratta alla Georgia a seguito della guerra lampo dell'estate 2008, e resa Stato indipendente per rafforzare il predominio moscovita sull'area.

La presenza della batteria di intercettori antiaerei C-300, subito, ha scatenato le proteste di Tbilisi. Il vice premier con delega alla reintegrazione del Paese, Temur Jakovashvili, ha evidenziato come la mossa del Cremlino contrasti con quasi tutte le clausole degli accordi di pace stretti con la mediazione di NATO e Unione Europea, allora rappresentata dal presidente di turno, il francese Nicholas Sarkozy. In particolare, Mosca avrebbe sistematicamente infranto l'obbligo di arrestare ogni azione bellica, di ritirare il proprio esercito dai teatri di guerra, ed ivi permettere il ritorno di quello georgiano, di consentire l'accesso, ed il libero transito, di convogli per gli aiuti umanitari. E, infine, di affrontare la questione dell'Indipendenza delle due regioni, strappate con la forza a Tbilisi, in sede internazionale.

"Non c'è dubbio - ha dichiarato all'agenzia di stampa statale georgiana - che la presenza degli intercettori russi in Abkhazija contrasta chiaramente con i punti della tregua del 12 agosto 2008, raggiunta sotto la mediazione di Sarkozy. I C-300 provocano uno squilibro delle forze militari in un'area calda ed instabile. Anche se di ciò non se ne parla, continuano atteggiamenti aggressivi di varia natura da parte dell'esercito russo. Come, ad esempio, il controllo pressante sulla popolazione, arresti illegali ed ingiustificati, demolizione di costruzioni, ed abbattimento di monumenti nazionali georgiani. Nella regione di confine, i mezzi umanitari non possono circolare, ed è in atto un'occupazione supplementare dell'area, con l'invio di un numero di soldati sempre maggiore. Tutto ciò testimonia come la Federazione Russa solo a parole si presenta come volenterosa di rispettare gli accordi. Ma, de facto, minaccia la nostra sovranità".

Interessanti sono le interpretazioni di esperti militari di un Paese terzo, l'Ucraina. Spunti interessanti, ed utili, per comprendere la questione. Secondo l'ex capo dello Stato Maggiore delle forze armate ucraine, Anatolij Lopata, in carica durante la crisi georgiana, gli intercettori russi in Abkhazija sono una chiara risposta al progetto di scudo missilistico USA, che, secondo la nuova concezione dell'amministrazione Obama, dovrebbe essere dislocato tra Polonia, Romania e, forse, Turchia.

Diverso il parere del capo della commissione parlamentare per la difesa e la sicurezza di Kyiv, Anatolij Hrycenko, che ha Bollato la decisione di Mosca come guerra informativa, in quanto, stando al suo pensiero, la batteria antiaerea sarebbe già presente nell'area da tempo. Di sicuro, già da dopo l'aggressione alla Georgia.

"Ho già informato i colleghi americani - ha dichiarato il leader del movimento "Hromadjans'ka Inicjatyva", già candidato alle scorse presidenziali ucraine - riguardo alla vera natura della questione. Quei missili sono li già da tempo, almeno dalla fine delle ostilità. La notizia della loro installazione è pura propaganda. Inoltre, occorre sapere che essi non hanno scopo difensivo. Il fatto che siano orientati contro la Georgia è una certezza".

Sicurezza o meno, resta la triste coincidenza con l'anniversario della tragedia del Kursk. I due fatti, ovviamente, non hanno alcuna connessione. Ma dare l'annuncio in concomitanza con un disastro che ha coinvolto la sfera militare, su cui, peraltro, non è ancora stata fatta luce, è una disattenzione da evitare. Sopratutto in un Paese dove le date hanno alto valore simbolico.

Lecito, infine, ricordare che l'Abkhazija, con l'Ossezia Meridionale, è una regione georgiana che ha proclamato la propria indipendenza alla fine del conflitto armato tra Russia e Georgia, durato, per cinque giorni, nell'agosto 2008. A riconoscere tale unitaria decisione, oltre alla Federazione Russa, altri due Paesi campioni nel rispetto della Democrazia e dei Diritti Umani nel mondo: Venezuela e Nicaragua. Ad essi, nel 2009, si è aggiunto l'atollo di Nauru.

Matteo Cazzulani

mercoledì 11 agosto 2010

PRAGA E BRATISLAVA: AL VIA I NUOVI ESECUTIVI TRA SPERANZA E NOVITA'



Un altro battesimo in contemporanea, nel cuore di un'Europa flagellata dalle alluvioni. Non è l'inizio di una favola, ma una realtà politica. Difatti, nella giornata di mercoledì, 11 agosto, quasi in contemporeanea, sono stati varati i governi ceco e slovacco. Gia lo scorso venerdi, Polonia ed Ungheria avevano vissuto, nella medesima giornata, l'insediamento dei nuovi presidenti, Bronislaw Komorowski e Pal Schmitt, due figure da cui non solo i politologi e comunità internazionale, ma anche i cittadini si aspettano moltissimo. Mai, però, come nel caso di Praga e Bratislava. Qui da sistemare c'è un assetto finanziario, fortemente colpito dalla crisi internazionale, e gli elettori dei due Paesi della ex-Cecoslovacchia esigono un sensibile miglioramento della vita di tutti i giorni.

I nuovi esecutivi, come primo passo, hanno lanciato un messaggio di forte discontinuità con il passato, e, sopratutto, dato prova di maturazione democratica. In Slovacchia, per la prima volta, a ricoprire il premierato è una donna, Iveta Radicova, di professione sociologa. In Repubblica Ceca, invece, è stato nominato il primo ministro più giovane di sempre, Petr Necas, 45 anni, fisico. Entrambi i governi sono anche i più snelli nella storia dei due Paesi: 13 ministri a Bratislava - sei in meno, 14 a Praga - sette i dicasteri tagliati. Non solo. Necas ha nominato solo due vice primier. E, così come la collega slovacca, ha rinunciato a scorta ed automobile d'ordinanza, promettendo di recarsi al lavoro con i mezzi pubblici.

In seguito alle elezioni parlamentari anticipate dello scorso 29 maggio, a Praga la maggioranza è stata affidata a partiti liberali e conservatori - Partito Democratico Civico ODS, TOP O9 e Veci Verejne [Affari Pubblici in italiano]. Chiaro e netto, in cinque punti, il programma di governo, peraltro pubblicato già qualche settimana prima dell'insediamento sul sito internet istituzionale: riforma della pubblica finanza, con lo scopo di accorciare il debito pubblico e, nel 2016, eliminarlo del tutto, riforma della sanità, per garantire maggiore efficienza a tutta la popolazione, modernizzazione del sistema giudiziario e del terziario, e, infine, politiche di trasparenza contro la corruzione nel settore pubblico. "La nuova maggioranza - ha dichiarato Necas - prende su di sé tutta la responsabilità di tali cambiamenti. E' una sfida ambiziosa, che non intendiamo perdere".

Dalle parole, ai fatti. Subito il premier ha tagliato del 5% le paghe per i tutti i dipendenti pubblici, nessuno escluso: dai membri del Consiglio dei Ministri ai presidenti degli enti locali. Un provvedimento, come spiegato dall'esperto Petr Sustrov, non dettato solamente da esigenze di bilancio, ma, sopratutto, avente un forte valore morale, in quanto sono gli stessi membri della maggioranza a dare il buon esempio, e pagare per primi i costi di una politica finanziaria di lacrime e sangue, che ha lo scopo di ridurre il debito pubblico ceco, ad oggi pari ad 8 miliardi di dollari.

Non differente la situazione a Bratislava. Anche qui, una coalizione di centrodestra - formata dalla cristiano democratica Slovenská demokratická a kresťanská únia – Demokratická strana, SDKÚ-DS, dal movimento cristianodemocratico Kresťanskodemokratické hnutie, KDN, dal partito conservatore Sloboda a Solidarita, SaS, e dal partito liberal-conservatore della minoranza ungherese Most-Hid - ha promesso totale discontinuità rispetto al precedente esecutivo del socialdemocratico Robert Fico, bollato come irresponsabile e populista, ed ha presentato un programma chiaro, che prevede riforme del sistema pensionistico e contributivo, un taglio dei benefit nel welfare - allargati a dismisura negli anni passati - e una seria revisione del sistema sanitario.

Ad aumentare la fiducia nei nuovi esecutivi di Praga e Bratislava, anche il fattore novità. Difatti, nell'ambito della maggioranza non sono entrati partiti postcomunisti, né di sinistra. E, per la prima volta, volti nuovi, appartenenti a movimenti popolari, vicini alla gente, hanno fatto la loro comparsa nello scenario politico nazionale, ricevendo persino incarichi di responsabilità. Come riportato dal quotidiano slovacco "Sme", queste figure, dagli elettori, non sono considerate come dei dilettanti. Al contrario, sono viste, e supportate, con grande speranza, affinché la nuova classe dirigente sia rispettosa delle leggi, e capace di conferire ai due Paesi crescita e benessere".

Matteo Cazzulani